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La sicurezza è prevenzione, il ciclismo deve essere maestro di vita.

Eh no, così non va! Se si vuole veramente bene al ciclismo serve dialogare tutti insieme. La sicurezza è prevenzione, anticipando i problemi e ricorrendo alle manifestazioni in corsa solo se in altro modo non si è raggiunto nulla. Avrete già capito che sto parlando della protesta dei corridori domenica scorsa Milano.

Il programmato show dei velocisti è stato penalizzato dall’ atteggiamento in corsa dei corridori che rallentando nella prima parte hanno puntato l’ indice con un circuito che hanno giudicato pericoloso e insicuro. Un percorso che evidentemente ha messo in evidenza qualche lacuna, ma c’erano altri modi per risolvere i problemi.

Azioni di questo tipo non fanno bene al ciclismo e allo sport in generale. Danno infatti l’ impressione di un mondo slegato nei suoi tasselli, tutti importanti e fondamentali. Il percorso del Giro del centenario non è nato ieri, e Milano è visitabile ogni giorno. Cosa voglio dire? Che le squadre e i corridori potevano benissimo visionare il tracciato nei mesi scorsi e insieme potevano consultare l’ organizzazione della RCS dialogando per apportare eventuali modifiche. Insisto sul dialogo perché la sicurezza non si improvvisa e i problemi non si risolvono con proteste eclatanti.

Bisogna puntare fortemente sulla responsabilità di un’ azione collettiva che nasca da obiettivi programmati e non sporadici. Purtroppo, spesso, ogni componente del mondo del ciclismo pensa di essere centrale. Lo pensano i corridori, gli organizzatori, le squadre, gli sponsor, il pubblico. Ma pensandoci bene, se manca solo una di queste componenti l’ intero sistema non regge. E’ per questo che insisto nel dire che i corridori e le squadre devono visionare prima i percorsi sottolineando agli organizzatori quello che non va. Quando si dà il via tutto deve essere perfetto e curato alla perfezione. Ormai la legge dello spettacolo e il rispetto per il pubblico ( il vero motore di ogni corsa ) non ammette improvvisazioni , sia da parte degli organizzatori che da parte dei corridori.

E in questo senso il nostro mondo deve crescere ancora, anche se ha sempre molto da insegnare ad altre discipline. Mi riferisco al calcio e alle tifoserie scatenate per le quali non esiste il rispetto per l’ avversario. Su questo tema tiro in ballo la pallavolo e l’ Itas con il suo pubblico, la gente della mia città, Trento. Domenica scorsa, in casa al Pala Trento, abbiamo perso la sfida scudetto con la Copra Piacenza. Ebbene faccio i complimenti agli avversari che sul parquet  trentino hanno vinto al tie-break dopo essere stati sotto per due set a zero.

Per l’ Itas e i suoi tifosi ingoiare una sconfitta simile non è facile. Vedere svanire il dolce sapore del successo quando le papille gustative sono già in azione è molto difficile. Eppure quando Piacenza sull’ ultima palla ha esultato i tifosi trentini e di tutto il mondo della pallavolo hanno applaudito i vincitori. Dalle tribune la gente è scesa in ordine a chiedere l autografo ai giocatori che il prossimo anno si appunteranno lo scudetto sulla maglia.

Lo stesso accade nel ciclismo. Quando sulle grandi salite si vedono i corridori stremati dalla fatica pigiare sui pedali il tifo è per tutti. Ci sono ore di attesa per vedere passare solo un attimo il campione del cuore, e allora per prolungare quell’ attimo ogni ciclista che passa grondante di sudore diventa il simbolo della passione, ognuno degno di un grido di incitamento. E’ la leggenda del ciclismo. Una leggenda che ha ancora tanto da insegnare. A noi e a tutti.